I
fondamenti che stanno alla base
dell'azione promossa in ambito
educativo dall'Associazione CEMEA
(Centri di Esercitazione ai
Metodi dell'Educazione Attiva)
vennero riassunti in un piccolo
manifesto di dieci punti,
sottoscritto da educatori,
filosofi e psicanalisti al
momento della fondazione
dell'Associazione stessa, negli
anni '30 del secolo scorso. La
fondatrice del movimento
educativo, la francese
Gisèle de Failly ne fece
il punto di riferimento verso il
quale orientarsi nella
prospettiva di una pedagogia
attiva, che ponesse il concetto
di esperienza al centro della propria azione.
Oggi
questi punti, ancora di per
sé validi, necessitano di
essere ribaditi ed attualizzati:
la loro essenza rimane importante
ed attuale; il loro contesto
abbisogna di essere
riconsiderato.
In
questo senso, il Segretario
generale della Federazione
Italiana dell'Associazione CEMEA,
Prof. Gianfranco Staccioli di
Firenze, ha proposto, un paio di
anni fa, un ripensamento di detti
principi, nella prospettiva che
le nuove condizioni
socio-economiche – oltre
che didattico-pedagogiche –
al giorno d'oggi impongono.
Vediamo
allora di esporli e, nel
contempo, di ripensarli, in
maniera del tutto succinta, nel
tentativo di fornire qualche
elemento di riflessione per
coloro che, nell'esercizio delle
loro mansioni (ad ogni
livello!),
prediligono al concetto di
esperienza altri generi di riferimenti educativi, i quali che non pongono necessariamente
l'individuo con i suoi bisogni al
centro della loro azione.
Il
principio del rispetto. “La
nostra pedagogia è fondata
sulla fiducia... La nostra
fiducia deve esistere verso
tutti, senza alcuna eccezione...
Tutti, deboli o forti, hanno
bisogno che noi diamo loro la
nostra fiducia. Ogni essere
umano, senza distinzione di
età, di origine, di
convinzioni, di cultura, di
situazioni, ha diritto al nostro
rispetto” (Gisèle de
Failly, fondatrice del movimento
CEMEA in Francia).
Rispetto
della particolarità, della
singolarità di ogni
individuo – con i suoi
pregi e difetti, con le sue forze
e debolezze -, e, nel contempo
fiducia incondizionata (vale a dire non
condizionata da pre-giudizi di
sorta) che ogni
individuo abbia la
possibilità di migliorarsi
(nel senso più ampio del
termine) e quindi di contribuire
allo sviluppo, oltre che di
sé stesso, anche
dell'ambiente nel quale è
inserito quale elemento
costitutivo. Accogliere
l'altro-da-sé diviene quindi un imperativo categorico, a
partire dal quale iniziare a
riflettere sull'ambiente nel quale si opera, e ad agire per modificarlo (quindi: per migliorarlo a
beneficio di tutti). Partire
dall'altro, prima che da
sé stessi, significa
insomma considerare l'altro alla
stessa stregua di me stesso: i
bisogni dell'altro assurgono a determinante
fattore decisionale, così
tanto quanto lo sono i miei.
Il
principio del rispetto si esplica
quindi nella condivisione di
un contesto (ambientale e sociale – inteso qui
come comunità di persone)
nel quale giocare il gioco della
costruzione del soddisfacimento
dei bisogni individuali messi sul
tappeto.
Verrebbe
quasi da dire: "sospensione di
giudizio", a beneficio
dell'essenza più profonda
che un bisogno porta con
sé.
La
crescita delle persone.
Il metodo di lavoro adottato
durante le azioni educative
promosse dai CEMEA trova forma
all'interno di una prospettiva
nella quale la possibilità
di crescita di ogni individuo
assurge a vero e proprio assioma:
ogni individuo ha la
possibilità di
migliorarsi, se solo le
condizioni nelle quali si trova
ad operare lo consentono. Bisogna
quindi prestare la massima cura a
tali condizioni, intese nel senso
più ampio del termine:
tavolo di discussione,
cooperazione, condivisione di
luoghi, di ambienti, di azioni,
eccetera. La possibilità
di crescita dell'individuo
è quindi garantita se, e
solo se, un individuo con i suoi
bisogni non prevarica gli altri
soggetti, ma se fa dei suoi
bisogni, che sono parte della sua
personalità, e delle
modalità per identificarli
e soddisfarli, il nous
che sta alla base della sua
relazione con il suo contesto
(composto da persone e ambienti).
Crescita
delle persone intesa quindi come
processo sempre aperto, sempre in
continuo divenire, dove la
componente del dubbio
si dimostra essere – in un
contesto che non fa del giudizio
un'arma discriminatoria - una
nuova frontiera verso la quale
dirigersi.
Le
attività, ovvero,
l'esperienza di senso. Per
i CEMEA il concetto di
attività sta alla base di ogni processo educativo che verta verso lo
sviluppo delle personalità
individuali. Senza
attività (senza il
fare) non c'è apprendimento, non
c'è crescita, non
c'è miglioramento, non
c'è sviluppo.
Un'esperienza diviene quindi tale
solo se corredata da uno o
più momenti di dimensione
pratica.
Il senso stesso di un'esperienza
è costruibile
da ogni soggetto (a meno di non
voler vivere solo i sogni degli
altri) all'interno di un contesto
che ne preveda la sua concreta
realizzazione: fare
significa pensare e
agire. In un quadro condiviso da
più soggetti è
quindi centrale il fatto che
esistano dei parametri di
condivisibilità dell'esperienza stessa. Tirar dritto per
la propria strada, come spesso
avviene, porta poco allo sviluppo
intellettuale e sociale di un
individuo. Un'esperienza diviene
gravida di senso allorquando essa
è, in un modo o
nell'altro, condivisa da altri
soggetti (a loro volta
esperienti), nella prospettiva
della costruzione di un cornice
sociale nella quale tutte le
individualità possano
giocare il loro ruolo in
condizioni di sicurezza, clausole
che garantiscono dalla
condivisibilità
dell'esperienza stessa.
Detto
altrimenti: un'esperienza (intesa
come attività) è tale soltanto se è condivisibile; la
condivisione di un'esperienza, a
sua volta, garantisce lo sviluppo
di ogni esperienza educativa
nella prospettiva di senso che
ogni singolo soggetto vuole ad
essa fornire.
La
motivazione ad apprendere. Ogni
individuo apprende e quindi si
sviluppa se è motivato a
farlo. Lo sforzo investito in
questa direzione è
attuabile, come detto sopra, se
esiste la possibilità di
dare un senso a quel che si fa.
Per l'educatore (quindi per
ognuno di noi, consapevoli o meno
– poiché non c'è azione che non sia atto
educativo) diviene quindi
fondamentale la creazione di
quelle condizioni che consentano
ad ognuno di dare un senso a
ciò che sta facendo, e
quindi di essere motivato ad agire in una precisa direzione. Si parla qui, a volte, di
contratto motivazionale,
un impegno reciproco nel
garantire l'un l'altro gli
estremi ambientali affinché ogni singola motivazione
ad apprendere possa essere
garantita, bandendo quindi dal
contesto tutti quegli elementi
che possano condurre ad una
frustrazione o che si possano
riassumere in forme di ricatto
educativo. Nel contempo è
necessaria la totale e attenta
vigilanza nei confronti di tutte
le motivazioni in gioco, siano
esse coscienti o non, e la
disponibilità a
"ripensarle" e rilanciarle
allorquando esse vengano ad
affievolirsi o a mancare.
La
formazione integrata della
persona.Il
contesto di iper-specializzazione
e settorializzazione nella quale
l'azione educativa odierna si
trova ad essere inserita non
implica necessariamente
l'adozione di una condotta che si
prodighi in questa direzione.
Proposte di riforme quali quelle
delle "tre i" (informatica,
inglese ed
imprenditorialità) non
soddisfano, in tutta
ovvietà, né le
esigenze di sviluppo e crescita
di una società (per quanto
settorializzata essa sia)
né tanto meno i bisogni di
crescita che albergano in ogni
individuo. Riassumere il tutto in
questo "mini-contesto" significa
sacrificare la parte maggiore
della personalità che
contraddistingue ogni persona. I
bisogni di ognuno di noi sono
vari e differenziati; abbisognano
quindi di vari e differenziati
mezzi e metodi per poter essere
soddisfatti. Accanto ai bisogni
dettati dall'economia (del tutto
leciti, oltre che indispensabili)
è necessario considerare altri bisogni di crescita; il
fatto che questi ultimi possano
essere soddisfatti deve
però essere seriamente
preso in considerazione e non
rimanga un semplice alibi che si
concretizza attraverso qualche
(sporadica e disorganica)
"iniziativa culturale" nel senso
più ampio del termine. Le
varie sfaccettature che vanno a
comporre la personalità di
ogni individuo sono fatte anche
di "pieghe", di "pertugi" che
vantano lo stesso diritto di
cittadinanza di qualsiasi altra
propensione ad inserirsi nel
contesto sociale nel quale ci si
ritrova ad operare.
Il
rapporto fra dimensione
cognitiva, affettiva ed
esistenziale. "L’educazione attiva afferma che la
dimensione del pensiero e quella
dell’affettività non
sono separabili, che esse sono
così intrecciate da farci
pensare che la mente cresca con
gli affetti e che l’affetto
si allarghi quando più se
ne abbia consapevolezza"
(Gianfranco Staccioli). Punto
centrale: interazione del livello emotivo con quello pratico. Il
pensiero diviene azione; l'azione necessita poi un suo ripensamento (ri-flettere su).
Qui la presa dialettica si
sviluppa in tutta la sua forza:
lo stretto connubio tra pensiero
ed azione è la condizione,
il terreno fertile a partire dal
quale il concetto di crescita
assume un senso. La
scoperta (che è un atto concreto) diviene carica di affetto (che è un momento emozionale). L'esistenza stessa si fa quindi affettivamente pregnante, innescando un
circolo virtuoso attraverso il
quale ritornare alla riflessione
e all'azione.
Emozioni: cartina tornasole del senso delle nostre
azioni.
Un
ambiente per la formazione. Proviamo
a ritornare sul concetto di
ambiente.
Attraverso questo termine s'ha da
intendersi non solo un contesto
fisico, piuttosto che
architettonico; ambiente è
anche ambito, uno spazio che spetta a delle attività (siano esse di carattere pratico piuttosto che
intellettuale). Ambiente inteso
anche - mi si passi il paragone -
come res cogitans e res extensa. Formazione della persona anche per il contesto.
E
allora diviene chiaro come il
fattore della
complessità
giochi un ruolo centrale nella
questione educativa. Al dividi
e conquista sostituisco volentieri qualcosa come
integra e condividi.
Tanto a livello di soggetto,
quanto a livello di
molteplicità di soggetti,
quanto ancora a livello di
collettività e di
società.
Riuscire
a far coesistere fattori
razionali, emotivi e ambientali
è un punto focale della
metodologia CEMEA: l'individuo
è ambiente per la sua formazione (o, almeno, così io
credo). E' allora necessaria
prestare la massima attenzione
allo scopo di offrire la cura
necessaria a questo
ambiente,
il quale, a sua volta, con tutto
ciò che lo
contraddistingue, genera dei
contributi (cioè: nel
pensare e nel
fare) per l'ambiente nel quale, in quanto
soggettività, si trova (o
sceglie) ad essere inserito.
Ambiente
sociale come ramificazione di
ogni ambiente
individuale.
La
laicità. Benché l'azione dei CEMEA sia
aconfessionale ed apartitica,
essa non è né
neutrale né apolitica.
Autonomia, libertà di
pensiero, senso ed esercizio
delle proprie
responsabilità
(individuali e collettive),
nonché rifiuto di ogni
dogmatismo e di ogni forma di
integralismo (politico e/o
sociale e/o religioso che sia)
sono tra i fattori sui quali
l'azione educativa proposta dai
CEMEA punta la sua attenzione. Il
primato della persona si
concretizza tra le altre cose
nell'autonomia decisionale che
essa può esercitare.
L'idea è quella di creare
le condizioni attraverso le quali
ognuno possa sperimentare i
propri sentimenti e manifestare le proprie idee, nella prospettiva tracciata da
fattori quali il rispetto,
l'attenzione e la comprensione
(sia verso sé stessi, che
verso l'altro). Ne consegue lo
sviluppo di un'abilità
inscindibilmente legata alla
fiducia
nell'altro, il quale è ed
agisce con
me (magari anche contrapponendosi
a me).
Tutto
ciò non ha nulla a che
vedere con l'accettare
supinamente il già
pensato ed il già fatto.
La
relazione, la socievolezza e la
convivenza.Gi
esiti dello sviluppo dei punti
precedenti (o, quantomeno, della
loro presa di coscienza) si
concretizzano in un atteggiamento
intenzionale che mira
all'avventura, alla comunicabilità e alla esistenza con sé e con l'altro, tanto nel
tessuto famigliare quanto in
quello sociale e mondiale. Tutto
questo è fattibile,
è realizzabile, ad ogni
livello contestuale (sia esso di
tipo "politico" piuttosto che
"sportivo" o "culturale" in senso
lato).
L'educazione
permanente e diffusa. E
questo è l'auspicio.
Un'educazione che non si svolga
solamente all'interno delle mura
domestiche o scolastiche, ma che
di queste faccia il ponte verso
il mondo intero. Ogni momento ed
in ogni luogo dell'esistenza sono
la fonte di una
possibilità: "L’educazione
è in ogni momento... ogni
momento di vita deve essere
considerato con la stessa
attenzione” (Gisèle de Failly)".