|
70°
dei cemea - di Ilario Lodi
|
|
|

|
|

|
|

|
|

|
1937-2007
Per i
cemea, settant'anni di un'esperienza
educativa
Non
una celebrazione ma un bilancio
Il
2007 rappresenta una scadenza importante
per il nostro movimento, che è un
movimento di educatori. Non tanto per
celebrare non si sa bene quale evento
straordinario, ma per azzardare qualche
piccolo, parziale bilancio dell'esperienza
che in tutto questo tempo la nostra
associazione - è il caso di dirlo -
ha voluto continuamente ed insistentemente
vivere.
Centralità
del concetto di "esempio"
Per
"fare i conti con la storia" - sempre
nelle possibilità e nei contesti a
noi usuali - vale a dire per fare un punto
alla situazione sull'esperienza cemea,
vale allora la pena ripercorrere alcuni
tratti salienti dello svilupparsi di
questo progetto, visto però dal suo
punto di vista concettuale, prima ancora
che come evento. In questo modo si
cercherà qui di ricostruire uno
degli aspetti dell'esperienza educativa
che l'associazione ha in tutti questi anni
voluto costruire: quello della
centralità del concetto di
"esempio". Partiamo allora dagli
inizi.
1937.
Francia. Fronte popolare
Avvento
al potere del "Fronte popolare", movimento
politico "progressista" caratterizzato da
forti tratti di azione diretta in ambito
sociale nell'intera società. Uno
dei primi visibili "segni" del nuovo
contesto politico è dato dal
diritto alle vacanze per quella fetta di
popolazione che usualmente veniva
denominata "classe lavoratrice". Grande
attenzione, quindi, alle famiglie operaie,
ai fanciulli, ai bambini e agli
adolescenti, per i quali si impone un
ripensamento degli ambiti e dei settori di
attività legati in particolare ai
momenti extrascolastici. Val la pena di
ricordare, qui, che il "duopolio"
dell'educazione della gioventù,
fino a quel momento era detenuto da uno
Stato impegnato su più fronti - non
da ultimo quello prebellico - e da un
apparato ecclesiastico già
tradizionalmente molto ben inserito a
questo livello e detentore di modelli
educativi ampiamente collaudati e
sperimentati.
Il
bambino al centro. Modelli educativi
rivoluzionari
Tutto
ciò, però, non bastava
più, poiché le
sensibilità ed i bisogni emergenti
abbisognavano di nuove ipotesi educative,
orientate verso nuove prospettive e
poggianti su differenti baricentri non
più dati dal convergere di idee e
pratiche sostanzialmente di stampo
cattolico. In particolare emerge
l'esigenza di mettere l'individuo - il
bambino - al centro dei suoi
destini e delle attenzioni dell'educatore,
e di sviluppare quindi un'educazione che
non faccia più riferimento a
modelli "già-da-sempre" esistenti,
ma differenti, governati da logiche nuove.
Modelli che per la loro efficacia si
riveleranno essere assolutamente
"rivoluzionari" nel senso più ampio
del termine.
Gisèle
de Failly
A
questo punto si inserisce una delle figure
che hanno dato un contributo essenziale
allo sviluppo del lavoro della nostra
associazione, vale a dire Gisèle de
Failly (1905-1989), della quale bisogna
ora ripercorrere, per sommi capi, alcuni
aspetti della sua biografia (nel pieno
rispetto, però, della sua
dimensione più strettamente
privata). La de Failly nasce il 20 luglio
1905 in un contesto familiare
contraddistinto da forti tinte borghesi e
cattoliche. Allevata in questo "ambito",
la de Failly vive sulla propria pelle
l'esperienza devastante del suicidio di
una amata sorella, causato - diciamo - dal
forte gravare che l'etichetta aveva su
quest'ultima imposto, e dimostratosi negli
effetti insopportabile ed
insostenibile.
A
seguito di tale profonda esperienza, la de
Failly rompe definitivamente con la sua
famiglia, dimostrando nel contempo di non
essere disposta ad accettare che fattori
esterni ad una personalità nel
pieno possesso delle proprie
facoltà (come erano per l'appunto
quelli dell'etichetta, veicolati
dall'"esempio" molto ben strutturato di
come bisognasse vivere, ma sostanzialmente
estraneo alle differenti
individualità che lo adottavano - o
che lo dovevano adottare) volessero
imporsi al punto tale da voler determinare
"quel che è giusto e quel che
è sbagliato" per una persona, nelle
sue scelte, nelle sue opzioni, nel suo
modo di vivere.
L'educazione
nuova
Il
suo profondo impegno per l'educazione
nasce proprio qui, nel voler sviluppare
cioè un insieme di ipotesi
educative guardando però al
soggetto preso nella sua
complessità e non all'oggetto dato
dal suo contesto. La de Failly studia
allora il movimento dell'educazione nuova
attraverso i lavori di Claparède,
Ferrière, Zozzo, Freinet, Wallon e
Maria Montessori, e si impossessa dei suoi
principali argomenti.
Primo
stage di formazione per
educatori
Occuparsi
di bambini significa però anche
pre-occuparsi di coloro che
dell'educazione dei pargoli saranno
responsabili. Ecco allora che ancora nel
1937 viene organizzato, a Beaurecueil
(Francia) il primo stage di formazione per
giovani educatori, dal titolo "Centri di
esercitazione per la formazione del
personale delle colonie di vacanza e delle
case di campagna degli scolari". Uno stage
che conta 160 iscrizioni, ma che
può accogliere soltanto 60 giovani
animatori...
Accogliere
Accogliere...,
si, perché proprio questo è
già da subito uno degli elementi
che contraddistinguono l'azione della de
Failly, e quindi dei cemea. Esempio di
accoglienza quindi come strumento per
garantire all'altro tutto lo spazio -
tanto fisico quanto intellettuale -
necessario alla costituzione di un
contesto di vita comune; non isolato ma
perfettamente "integrato", secondo una
logica del "do ut des" che, ancora oggi,
caratterizza i nostri stages, e che si
potrebbe - anche se solo
approssimativamente - tradurre in questo
modo: "io faccio parte di un gruppo di
stagiaires nella misura in cui il gruppo
mi accoglie; ma per essere accolto, devo a
mia volta accogliere, e quindi non
scontrarmi con esso".
L'educazione
è una
sola
Un
concetto quello dell'accoglienza che svela
nel contempo l'importanza di un principio
al quale noi molto teniamo, e che è
il seguente: "non c'è che
un'educazione". Detto altrimenti:
l'educazione è una sola nel senso
che non ci sono educazioni di serie A e di
serie B, ma esiste solo "la migliore
educazione", che deve consentire a tutti
di crescere, svilupparsi e, durante il
corso di una vita, di cambiare (ecco
perché l'etichetta, concetto
a-storico, diventa così stretta se
si vuole praticare, attraverso
l'esperienza, una filosofia educativa come
quella dell'educazione nuova).
Il
fondamentale ruolo dell'esempio
Cosa
significa questo per noi? Per le nostre
pratiche? Per le nostre giornate di
formazione? E per i nostri stages?
Declinati nella realtà ticinese,
questi principi - e tanti altri ai quali
rimando - vogliono dire mille cose.
Fondamentalmente, però, si
potrebbero riassumere nella
capacità/disponibilità di
sapersi relazionare con gli altri, senza
angustie, senza pre-giudizi, e senza
giudizi di sorta. Se poi aggiungiamo qui
che la nostra funzione è formativa,
il ruolo dell'esempio si dimostra essere
ancora più che centrale, ma
fondamentale.
Anche per noi, quindi, dovrebbe essere
valido il principio che
"l'altro-è-come-me", con le sue
differenze, con le sue singolarità
e caratteristiche. In questo modo, allora,
noi - che, non dimentichiamolo, siamo
degli educatori poiché non
c'è atto che non sia educativo
&endash; fungiamo da esempio per chi ci
sta attorno; soprattutto per gli
stagiaires e le persone che prendono parte
alle nostre giornate di formazione.
Oggi
più che mai
Il
nostro ruolo allora, a 70 anni dalla
nascita del nostro movimento educativo,
può e deve (forse oggi più
che mai) ribadire i concetti base che
stanno alle origini stesse della nostra
azione: uguaglianza tra esseri umani, tra
uomo e donna, tra razze e credo diversi,
centralità della giustizia sociale
e diritto ad essere uguali nelle personali
differenze.
Senza giudizi di sorta.
Senza condizioni.
Nella convinzione che l'educazione
rappresenta il nostro bene più
prezioso, la più gravida esperienza
di senso ed è la più alta
forma di cultura che l'umanità
intera abbia mai posseduto.
|