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Cosa mi canti?
G. Le Guillant
Per riflettere
Per riflettere, Teoria

Dieci giorni in una colonia di vacanza in montagna con 90 bambini tra i 9 e i 12 anni e 12 monitori, è un periodo questo durante il quale, se siete buoni osservatori come lo ero io, vi saltano all’occhio, e a volte al cuore, le idee, le situazioni, le interrelazioni, …

 

Di ritorno da questa colonia, di cosa vorrei parlare ? Dell’équipe dei monitori a volte così diversa e comunque così unita in altri momenti? Dell’ingorgo dei dormitori dove viene fatta una sveglia individualizzata spesso però costata sforzi enormi per gli uni e gli altri? Parlerei di quel pic-nic, con il gruppo di Françoise, in cui tutte le nostre raccolte di canti sono state sfogliati e risfogliate da qualche ragazzina (9-10 anni) facendo risorgere tutti i canti amati che noi adulti, cantammo e ricantammo su richiesta? O parlerei del momento dei pasti, dei gusti dei ragazzi, del servizio o del non-servizio ai tavoli? Quale pasto mi ha colpito di più? Quello del 14 di luglio con la "Saint Honoré" che evoca il piacere della festa e l’appetito dei bambini , o parlerei di quei due pasti in cui il gruppo dei più grandi era in crisi e in cui il livello escatologico del vocabolario e dei gesti mi lasciò, alla fine del pasto, talmente nauseata?

 

Oggi, con rammarico, abbandonerei i visi di questa colonia che mi fu tanto cara, per evocare il gruppo di pre-adolescenti e il loro canto.

 

L'équipe con la quale lavoravo comprendeva un buon numero di compagni con un’esperienza musicale importante.E così, molto spesso, cantavamo. Insieme. Ma il repertorio della nostra équipe e quello dei ragazzi non aveva, evidentemente, quasi nulla in comune e, in un primo tempo, mi sembrava che la difficoltà del canto in una colonia fosse legata al fatto che il gruppo degli educatori non " sentiva " se non il repertorio degli adulti. Gli uni e gli altri si rifiutavano o si ignoravano in quest’ambito.

 

Bisogna dire che eravamo ben imbarazzati, noi adulti, di fronte al loro repertorio e a ciò che esso veicolava : Sheila, Michel Sardou, Serge Lama, Julien Clerc, Charles Anzavour, les Poppys, e altri ancora.

 

I ragazzi sfogliavano con delizia le raccolte di canti redatti a casa loro, che avevano illustrato coi ritratti delle stars; molto spesso le parole erano state ritagliate da una rivista ed incollate nei quaderni. L’attenzione rivolta a quello che potremmo chiamare un dossier di "canti", soprattutto nel caso delle ragazzine di 10-11 anni, mi stupiva, e non solo nella cura cui era oggetto il quaderno, tanto nella sua costituzione quanto nel modo di maneggiarlo, ma anche nel prestigio che il padrone o la padrona di tale tesoro godeva … spesso, nell’infermeria o in un angolo della sala da pranzo, dei gruppi si riunivano e cantavano, riuniti attorno a uno di questi quaderni.

 

Come non ascoltare questi canti, questi interrogativi, queste evocazioni di una vita tanto idealizzata quanto drammatizzata, di immagini spesso depressive ? Un sentimentalismo nasce dove domina soprattutto l’amore, l’amore e i suoi fantasmi spesso "cantati" in prima persona. Non è sempre facile convivere con un simile repertorio, senza reagire. Si fonde negli spazi più diversi della colonia. Soppianta e sostituisce molto in fretta le altre canzoni imparate dai monitori. E inoltre, noi abbiamo già un giudizio su queste canzoni.

 

Dobbiamo allora cercare di capire il senso e l’importanza che gli adolescenti danno a tutto questo vocabolario cantato, come e perché lo usano nei nostri confronti, che cosa vogliono dirci attraverso queste parole le cui immagini, i cui ritratti, i cui sentimenti espressi ci sono spesso comuni. In questa colonia, tra i gruppi, i monitori avevano introdotto dei canti del nostro repertorio che i ragazzi, soprattutto le ragazzine di 10 anni, avevano spesso accolto con piacere. Ma il bastione inavvicinabile restava il gruppo dei grandi e delle grandi, tra i 12 e i 15 anni, ostili alle attività, resistenti alle sollecitazioni degli adulti.

 

Malgrado ciò, una sera, gli uni e gli altri hanno potuto sentirsi, ascoltarsi, dialogare attraverso il loro canti.

 

La colonia stava vivendo una certa crisi con il gruppo dei più grandi. Una delle difficoltà risiedeva nel fatto che sull’effettivo dei 90 ragazzi, una quarantina di loro viveva, durante l’anno scolastico, in un’istituzione a carattere semi-caritativo della regione d’origine. Così, ci siamo ritrovati confrontati a dei ragazzi in reazione permanente contro gli adulti (sui 18 preadolescenti di questa colonia, 17 vivevano in quest’istituzione). Ci identificavano con coloro che, nel loro internato, li obbligavano a vivere in maniera rigida, privandoli dell’espressione, privandoli sicuramente dell’amore. Gli adulti della colonia non sfuggivano dunque, in un primo tempo, ai giudizi che questi giovani avevano nei confronti dei loro altri educatori e ci siamo visti costretti ad assumere una forte aggressività, a rinunciare a volte al nostro modo di fare, nell’impossibilità in cui ci trovavamo di far capire agli adolescenti le ragioni della nostra pratica, le nostre esigenze.

 

Una sera, una veglia improvvisata, introdusse in questo gruppo un momento di tregua, una tregua amichevole, durante la quale le relazioni con gli adulti furono per un momento facilitate. Si instaurò una sorta di dialogo a partire da uno dei canti del gruppo dei più grandi, nel quale ognuno di noi poté percepire e provare non solo l’eco di ciò che questi adolescenti vivevano durante i mesi nel loro istituto, ma anche tutti gli interrogativi ansiosi dei giovani di quest’età concernenti la loro persona. Ecco come ebbe luogo questo scambio.

 

Un gruppo di una ventina di adolescenti aveva deciso con il proprio monitore di bivaccare durante tre giorni in uno chalet di montagna, per poter scalare, una mattina, il Mont-Joly. Ma in seguito ad alcuni incidenti troppo lunghi da spiegare in questo contesto, dopo una notte passata all’alpeggio, il gruppo si divise in due: una parte era d’accordo di salire sul Mont-Joly, mentre l’altra metà trovava quest’esperienza di montagna troppo difficile e decise di tornare la campo.

 

Una parte del gruppo ritornò quindi alla colonia. Alcuni grandi che avevano rifiutato di andare nello chalet di montagna e che però erano rimasti un po’ isolati dalla colonia con qualche monitore decisero di organizzare una vera accoglienza a quelli che stavano tornando la sera, i quali, sapevamo bene, sarebbero stati in parte fieri di aver resistito alle proposte di scalare la montagna, ma nel contempo anche profondamente frustati di non aver preso parte a quest’avventura la cui partenza era stata fatta alle 5 del mattino in un’atmosfera e preparativi alquanto esaltanti ai quali loro avevano partecipato prima di ridiscendere a valle. Ci sforzammo dunque di preparare il loro rientro. Le ragazze più grandi prepararono delle torte con i mirtilli colti il mattino; le torte furono cotte in un forno esterno costruito in precedenza da un gruppo. Contemporaneamente a questi preparativi, alcuni ragazzi, aiutati da un educatore, avevano costruito una capanna destinata ad accogliere il gruppo dei grandi. La cena riunì tutti. I ragazzi rientrati dall’alpeggio, al momento del pasto, dimostrarono in maniera aggressiva sia coi gesti sia col vocabolario che non ne volevano sapere né della montagna né della colonia. Malgrado ciò, si riunirono tutti attorno alla capanna, dopo cena. Alcuni adulti e alcuni bambini li raggiunsero. Furono accese delle candele, furono tagliate le torte che furono divise all’interno della capanna e anche all’esterno, essendo questa un po’ piccola per tutti i partecipanti che continuavano ad aumentare: monitrici e monitori, una volta messi a letto i bambini, qualche ragazza delle pulizie, gli uni e gli altri desideravano solo, dopo questi giorni difficili, ritrovare la presenza, il calore e gli scambi di un gruppo vivo ed accogliente.

 

Non so se è grazie a questa serata e questi preparativi che l’unanimità del gruppo tra i grandi e il resto della collettività si costituì poco a poco, ma è qui che gli adolescenti e gli adulti cominciarono progressivamente a cantare insieme.

 

I monitori cominciarono ad intonare qualche ronda alterna, ai quali gli adolescenti risposero poco. Poi questi ultimi si misero a cantare il "loro" repertorio. Purtroppo solo pochi canti erano conosciuti completamente e si accontentavano di cantare qualche frase e di canticchiare il resto. Ma se non altro, ascoltammo un numero enorme di canzoni.

 

Tesi, ascoltavamo questi canti, appassionatamente attenti a quest’atmosfera fragile e difficile di un gruppo che si cerca, di adolescenti che esitano tra l’immagine di un adulto lontano e quella di un uomo o di una donna più vicini a lui, gruppo disorientato nelle sue scelte, privato di mezzi d’espressione ma che a poco a poco si mette ad ascoltare altri canti oltre ai suoi, a scoprire i gusti di chi vive con lui, e a rispondere alternativamente con i suoi canti. Ad un tratto, nella sequenza di canti che si succedevano l’uno all’altro, una canzone fu lanciata dalle ragazze ma fischiata subito dai ragazzi. Poi cantammo anche insieme (a due voci miste) la canzone di P. Amiot, dinamica e calorosa nel contempo, che scandì sovente i momenti forti della nostra colonia.

 

Un po’ più tardi un piccolo gruppo di adulti cantò "Si j'avais un tambour" e "Lison tu dors". Alcune tra le ragazze più grandi assimilando subito le frasi melodiche cantarono con noi, senza conoscere le parole. Avevamo l’impressione di essere ascoltati meglio, che uno scambio si era instaurato, che il gruppo degli adolescenti e quello degli educatori si davano la parola a vicenda, cantando l’uno dopo l’altro e a volte insieme. A questo punto il gruppo insistette affinché cantassimo ancora altre canzoni: due o tre tra di noi hanno allora cantato dei canti individuali, poi abbiamo ripreso in comune uno dei nostri canti preferiti: "la fille du Labouroux".

A questo momento della serata abbiamo sentito crearsi una certa unanimità che apriva forse per i giorni seguenti dei contatti migliori, senza che pertanto nulla fosse ancora vinto.

 

Alla fine della veglia, alcuni adolescenti, i più maturi, si sono riuniti spontaneamente e hanno cantato per noi "Le surveillant général", de Michel Sardou. Attraverso le parole del testo, gli adolescenti non ci stavano consegnando le loro difficoltà, i loro fantasmi? Questo mondo pieno di donne dai capelli rossi evoca senz’altro l’ambiguità che esiste per un ragazzo nel rinunciare a delle immagini che non sono forse le rappresentazioni di un’immagine materna desiderata e inaccessibile nel contempo, ricercata e proibita? Ambiguità e dipendenza nelle quali risiede una certa impotenza dell’adolescente a amare le giovani ragazze della sua età. Tappa importante della sua evoluzione dove si trova rinforzata la sua opposizione agli adulti.

 

Credo che ognuno di noi abbia ascoltato questa canzone con una certa emozione. L’abbiamo ricevuta come una sorta di regalo e di messaggio nel quale dovevamo percepire la solitudine nella quale vivevano questi ragazzi durante la maggior parte dell’anno e l’impossibilità nella quale si trovavano di passare da un certo modo di relazioni stereotipato e sterile a delle relazioni più vive e più calorose, delle quali avevano paura.

Per quanto mi riguarda, credo che durante i giorni che seguirono questa serata, quando venivano aperti quei quaderni di canti o quando i gruppi si formavano attorno al "loro " repertorio, li ascoltavo in modo diverso.

 

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